Non era mai successo nella storia repubblicana della città. A meno di quindici giorni dalla presentazione delle liste, il panorama politico di Frattamaggiore offre uno spettacolo inedito quanto desolante: il collasso interno del centrosinistra. Quella che per cinque mandati è stata una macchina da guerra elettorale, capace di garantire un venticinquennio di strapotere al Partito Democratico e ai suoi satelliti, oggi appare come un corpo martoriato da una faida interna che somiglia sempre più a una resa dei conti definitiva.
Il dato più sorprendente è che questo declino non è figlio di un’offensiva politica delle minoranze. L’opposizione, nei fatti, è rimasta per anni una comparsa non pagata. Per comprendere come si sia arrivati a questo punto, basterebbe sfogliare i verbali delle commissioni consiliari: emerge nitido il profilo di un becero consociativismo che ha caratterizzato l’ultimo decennio dell’amministrazione Del Prete. Un sistema di vasi comunicanti che ha neutralizzato il dibattito, trasformando il consiglio comunale in una camera di compensazione di interessi particolari.
Il testo della crisi è scritto nei fascicoli che molti avrebbero voluto dimenticare. Se il Ministero degli Interni avesse guardato con attenzione a Frattamaggiore, avrebbe trovato materiale per più di uno scioglimento:
- Il caso dei loculi: Venduti con bollettini postali falsificati (il famigerato “pezzotto”).
- L’urbanistica creativa: Falsificazioni delle volumetrie in decine di interventi di abbattimento e ricostruzione.
- L’affare “Carpe Diem”: Una cooperativa che presentava fatture per servizi mai erogati, sventata solo per un caso fortuito.
- Fondi a pioggia: Risorse della Città Metropolitana elargite ad associazioni senza rendicontazione o per eventi rimasti solo sulla carta.
Non ultimo, il capitolo PNRR. Tra restyling di parcheggi e “parklet”, la gestione dei fondi europei ha raggiunto vette di sperpero che, con una punta di amara ironia, farebbero invidia ai contabili della Culiacán degli anni ’80.
Dalla “Faida” alla Fuga
Se fino a pochi mesi fa la tensione sembrava una classica disputa tra correnti per la scelta del candidato unico del “campo largo”, oggi lo scenario è mutato. Non è più una lotta per guidare, ma una fuga dalle responsabilità. Nessuno sembra voler “metterci la faccia”, preferendo tatticismi e strategie di sopravvivenza che l’elettorato inizia a decifrare con preoccupante chiarezza.
“Il vero obiettivo non è correggere gli errori, ma assicurarsi ognuno il proprio seggiolone.”
Il termine “discontinuità” è diventato un tabù impronunciabile per chi, fino a poche ore fa, ha mercanteggiato su assessorati lampo di due mesi o su singole nomine. In questo clima, ogni promessa — fosse anche un’assunzione nel servizio di nettezza urbana — diventa merce di scambio a ridosso delle urne.
La fine della corsa
Frattamaggiore è stata storicamente prigioniera del “pacchetto di voti” e della logica clientelare. Tuttavia, la sensazione che si respira tra i vicoli e nelle piazze è che il “meccanismo perfetto” si sia inceppato. La questione morale non è più un accessorio per anime belle, ma un macigno che ostruisce la strada del rinnovamento. Molti osservatori sono concordi: il sistema è giunto al capolinea.
Signori, si scende. La corsa è finita.

caro Mattia sono vent’anni che nella politica frattese ha vinto chi ha i soldi.come simboli politici c’erano PD la destra e alcune liste civiche,sempre i stessi personaggi che alla fine si vendevano al più forte.ora il PD di Frattamaggiore ha fatto una brutta fine per colpa dei del prete e Russo proprio quest’ultimo alle elezioni regionali ha rinnegato la sinistra per appoggiare i candidati di destra il Del prete si mise nella lista di De Luca.in tutto questo loro hanno avuti i privilegi e Frattamaggiore è diventata l’ultima città della provincia.