Il turismo di massa a Napoli travolge anche Via San Gregorio Armeno, la strada dei pastori. Il turismo "low-cost" rischia di danneggiare le bellezze della città partenopea

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di Enzo Moscariello

 

 

 

 

 

 

Via San Gregorio Armeno a Napoli, nel cuore del centro antico della città, celebre soprattutto come la “Strada dei Presepi” per le sue botteghe artigiane, si producono e vendono presepi napoletani tutto l’anno.

La strada si trova tra via dei Tribunali e Spaccanapoli ed affonda le sue radici nel IX secolo, prendendo il nome dalla chiesa e dal monastero di San Gregorio Armeno. Il luogo è universalmente conosciuto per la sua lunga tradizione artigianale del presepe napoletano, una forma d’arte che si sviluppò a partire dal Settecento.

La strada ospita numerose botteghe di maestri presepiali che realizzano statuine e scenari suggestivi, un’attività artigianale apprezzata in tutto il mondo, e che mantiene viva una tradizione culturale antichissima che rende questa via un punto imprescindibile per la cultura e il turismo a Napoli.

Oggi, però, il boom del turismo di massa minaccia la sopravvivenza di queste attività. ​

Si assiste sempre di più alla scomparsa delle tipiche attività legate alla tradizione napoletana. Al posto di presepi e pastori compaiono, infatti, cineserie, calamite, corni portafortuna, tamburelli e, nel migliore dei casi, statuette di personaggi del mondo dello spettacolo, dello sport e della politica che ben poco hanno a che vedere con la tradizione del presepe.

Via San Gregorio Armeno è una strada che, soprattutto nel periodo natalizio, diventa un budello strettissimo a causa della fiumana di visitatori, al punto che si è reso necessario un senso unico pedonale che consente soltanto un veloce passaggio dei visitatori.

Ciò non dà ai turisti la possibilità di fermarsi ed apprezzare i presepi e i pastori che sempre più spesso vengono spostati all’interno delle botteghe, quasi nascosti. Per i visitatori, travolti dalla calca, riesce più semplice e veloce acquistare dei souvenir che si trovano all’esterno delle botteghe. Dal primo loockdown del 2020, gli artigiani lamentano incassi minimi, con la via che “vive di turismo” ma soffre l’assenza di clientela autentica.

Nel 2025, con luminarie record su 150 km e eventi natalizi, la via attira folle, ma perde attrattiva sui visitatori locali. Le botteghe antiche, resistono a fatica contro la concorrenza low-cost. Il fenomeno del “turismo selvaggio” a Napoli quindi, accelera la trasformazione della strada dei pastori che sempre di più perde la sua identità.

Proposte come un ticket d’ingresso a San Gregorio Armeno per contrastare l’”overtourism” dividono appaiono divisive. Gli artigiani lo rifiutano, mentre diverse associazioni lo appoggiano. La strada stretta e le bancarelle amplificano il caos e l’assenza di una gestione accorta di tutto il centro antico napoletano da parte delle istituzioni, sta decretando la svalorizzazione di un patrimonio culturale che dovrebbe essere invece esaltato, Via San Gregorio Armeno, di ciò, ne è la prima vittima.

Dati recenti indicano uno straordinario boom turistico. Nel 2024, Napoli ha registrato oltre 10 milioni di presenze alberghiere (+20% sul 2019). Questo turismo selvaggio sta favorendo l’apertura di friggitorie, pizzerie take-away, street food e negozi di vendita di calamite, a scapito di esercizi storici Ma non solo.

Sempre più numerose risultano le abitazioni trasformate in B&B per accogliere i tanti turisti alla ricerca di soluzioni economiche per la loro permanenza. Il centro storico, pertanto, perde popolazione residente, con tutte le conseguenze che ciò porta al tessuto socio-economico della città.

L’amministrazione comunale, per impedire che locali adibiti ad attività commerciali ed artigiane vengano sostituite da attività di ristorazione, ha imposto un divieto momentaneo all’apertura di nuovi esercizi. Questa soluzione, evidentemente non è sufficiente, ed è opinione diffusa quella di adottare necessariamente una politica di più ampio respiro per il turismo, perché questa deriva riflette un paradosso. E cioè quello che vede il turismo salvare economicamente il settore commerciale, ma al contempo, erode l’identità culturale di Napoli, spingendo a un trend “usa-e-getta”, anziché preservare e valorizzazione l’immenso patrimonio storico culturale della città

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