Frattamaggiore, un tempo cuore pulsante dell’industria canapiera e gioiello dell’hinterland a nord di Napoli, sembra oggi un gigante dai piedi d’argilla, una città che si osserva allo specchio e non si riconosce più, smarrita tra i proclami di una modernità sbandierata e la realtà di un territorio svenduto all’inerzia. Camminando per le sue strade, tra il basolato del centro e le periferie che spingono verso l’ignoto, si percepisce una tensione sottile, il presagio di un mutamento che non ha il sapore del progresso, ma quello amaro della capitolazione.
Il caso più eclatante, quello che nelle ultime ore sta scuotendo le coscienze dei cittadini più attenti, è la questione ribattezzata “Zes-Camposanto”. Su un’area di circa 30 mila metri quadri situata alle spalle del cimitero cittadino, in quella che tutti conoscono come la “terra di Pezzullo”, sta per sorgere un mastodontico insediamento produttivo. Quattro capannoni industriali, una palazzina di quattro piani destinata a uffici, centri servizi e aree di ristorazione integrata: un colosso di cemento che si staglia come un’ombra definitiva su una delle ultime aree libere della città.
Si grida allo scandalo, si punta il dito contro la ZES, la Zona Economica Speciale, accusandola di essere un’entità aliena che cala decisioni dall’alto, esautorando i Comuni e bypassando ogni volontà locale attraverso norme semplificate. Ma la narrazione del “potere cattivo” che schiaccia la piccola amministrazione è una favola comoda, un paravento dietro cui nascondere una verità molto più scomoda e locale.
La ZES, infatti, non è un demiurgo che crea dal nulla: essa accelera processi, non inventa destinazioni d’uso. Se oggi quella terra può essere sacrificata a un destino di logistica e uffici, è perché nessuno ha mai avuto il coraggio, o la volontà, di vincolarla a verde pubblico, di trasformarla in un parco, di darle una funzione che non fosse quella di una riserva di valore per il cemento futuro. È questo il punto di non ritorno, il fallimento di una visione politica che ha lasciato Frattamaggiore in balia degli eventi.
Al centro di questo vuoto pneumatico brilla l’assenza del Piano Urbanistico Comunale (PUC). In dieci anni di amministrazione a guida del sindaco Marco Del Prete, lo strumento fondamentale per decidere il volto della città è rimasto un fantasma, una promessa mai mantenuta. Senza un PUC, Frattamaggiore è una nave senza timone in mezzo a una tempesta di interessi privati.
Non si tratta solo di incapacità tecnica, ma di una responsabilità politica che assume i contorni di una precisa scelta: non decidere per permettere che tutto accada. È un’omissione che pesa come un macigno sulla qualità della vita dei cittadini. La mancanza di programmazione trasforma l’urbanistica in una gestione quotidiana dell’emergenza, dove le “scelte” vengono fatte per noi da uffici esterni o da investitori che approfittano del vuoto normativo.
L’inadeguatezza dell’amministrazione non è un’accusa astratta, ma si materializza in esempi concreti che feriscono il territorio. Basta volgere lo sguardo verso il quartiere di Siepe Nuova per comprendere che il disastro non è solo figlio della ZES, ma di un modello urbanistico ormai consolidato e profondamente discutibile. Lì, tra case e scuole, sorgono insediamenti produttivi di cui la popolazione fatica a comprendere perfino la natura, mentre l’unica strada esistente boccheggia sotto il peso del traffico ordinario mischiato a quello dei mezzi pesanti.
È un caos programmato dalla mancanza di programmazione, un cortocircuito dove la vivibilità viene calpestata in nome di una crescita disordinata e senza infrastrutture.
Come si può, dopo un decennio di governo, alzare oggi la voce e gridare alla difesa del territorio? Le battaglie dell’ultima ora, gli allarmi lanciati quando i giochi sono ormai chiusi, appaiono tardivi e, purtroppo, poco credibili.
Se la “terra di Pezzullo” diventerà una distesa di capannoni, la colpa non è della legge che lo consente, ma di chi non ha scritto le regole per impedirlo quando ne aveva il potere. In questo scenario si inserisce anche un’altra vicenda, solo apparentemente distante, legata all’ordine pubblico: un episodio che testimonia ancora una volta la totale incapacità degli addetti ai lavori nel gestire le problematiche cittadine, riconducendo tutto a una morale di inadeguatezza diffusa.
Frattamaggiore non ha bisogno di post indignati o di scaricabarile istituzionali; ha bisogno di una politica che si assuma la responsabilità di una visione, di un PUC che definisca confini certi tra ciò che è sviluppo e ciò che è scempio. La dignità di una città si costruisce prima che arrivino le ruspe, non nei comunicati stampa che seguono l’inizio dei lavori.
Continuare a navigare a vista, senza un piano e senza un’idea di bene comune, significa condannare Frattamaggiore a essere un semplice ammasso di cubature senza anima, dove il silenzio dell’amministrazione Del Prete sull’urbanistica diventa il rumore assordante di una città che si arrende al proprio declino.
