Rebibbia, 23 marzo 2026 – 445° giorno di carcere.
Un po’ la sentivano nell’aria, ma la batosta per il fronte del Sì è stata molto più grave del previsto. Questa è la fine di una riforma nata male, presentata nel modo peggiore all’elettorato italiano e devastata da una campagna referendaria folle.
Primo: non si fanno riforme costituzionali a colpi di maggioranza parlamentare. O c’è un consenso ampio e trasversale, oppure queste riforme sono destinate ad essere bocciate dal voto popolare. È successo a Berlusconi nel 2006, a Matteo Renzi nel 2016, non si capisce per quale motivo non dovesse succedere anche a Giorgia Meloni nel 2026. Eppure la riforma della separazione delle carriere e dei CSM – di per sé una riforma vecchia e contorta, copiata tal quale dal centrodestra berlusconiano – è stata portata avanti con ottusa determinazione, senza neppure provare a costruire un dialogo con le opposizioni, senza inserirla in una riflessione più ampia sul sistema penale, che di riforme – anche non costituzionali – ha bisogno eccome.
Secondo: all’inizio Giorgia Meloni ha provato a tenersi distante dallo scontro referendario, ma poi ha dovuto misurarsi con la pochezza dei vertici del Ministero della Giustizia che avrebbero dovuto guidare questa campagna. Il Ministro Nordio, ma soprattutto il Capo di Gabinetto Bartolozzi e il Sottosegretario Delmastro hanno fatto di tutto per convincere gli incerti ad andare a votare per il No. Quando noi dalla nostra misera e disperata postazione sottolineavamo che il Ministero non riusciva ad affrontare neppure l’emergenza carceraria e chiedevamo a tutta la politica di assumersi le proprie responsabilità, con quanta attenzione siamo stati ascoltati e compresi?
Terzo: il Presidente del Consiglio ha dovuto quindi impegnarsi in prima persona nella campagna referendaria alzando i toni a livello dei leader dell’opposizione. Ma questo non te lo puoi permettere quando governi e devi nello stesso tempo fronteggiare delle gravi crisi internazionali su cui non hai una posizione chiara e un’incombente crisi economica su cui nessuno sa cosa fare. Per cui il referendum è diventato – come già ai tempi di Berlusconi e di Renzi – un sondaggio sull’efficacia dell’azione di Governo. E a questo punto tra persone di sinistra avvelenate e persone di destra deluse, hanno stravinto le prime.
Risultato? Capitolo chiuso? Tutto va bene nella Giustizia italiana?
Alle elezioni politiche mancano ancora molti mesi e può accadere di tutto. Ma quelli che pagano subito il prezzo di questo risultato referendario sono coloro, come le persone detenute, che aspettavano sulla loro pelle un segnale di cambiamento nella Giustizia italiana. Quelli che magari non sentivano il bisogno di una riforma costituzionale (avrebbe prodotto degli effetti positivi? E fra quanti anni li avrebbe prodotti?), ma semplicemente di organici più adeguati nella magistratura, in particolare quella di sorveglianza, un’azione per ridurre una popolazione carceraria che rimane costantemente al 138% di sovraffollamento, un uso più mirato e accorto dell’azione penale, per affrontare i problemi di sicurezza, ma anche per garantire i diritti di tutti i cittadini.
Pensiamo che – al netto di tutte le altre considerazioni politiche che non è questa la sede per fare – un atteggiamento maturo e responsabile da parte di maggioranza e opposizione dovrebbe portare a non archiviare l’emergenza giustizia e a fare quello che si può fare con maggioranze ampie e trasversali.
Finita la rissa, rimangono sul tappeto i problemi concreti della Giustizia. Anche quelli del sistema carcerario, come il Presidente Mattarella ha di nuovo sottolineato all’incontro con la Polizia penitenziaria. Vogliamo finalmente affrontarli con un dibattito serio e aderente alla realtà? Non sarebbe il segnale migliore da dare a tutti gli Italiani dopo questo referendum?
Gianni Alemanno e Fabio Falbo
Rebibbia 23 marzo 2026
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